Il rapporto con la produttività
Nota di servizio
Ho iniziato a scrivere questo blog-post ad inizio anno, tenendolo in bozza per mesi; ecco spiegato il riferimento all’inizio del nuovo anno.
Sembrerà strano, ma mi piace il fatto di averlo tenuto in bozza; ciò reincarna esattamente lo spirito di questo progetto.
Il post NON è statico: è uno snapshot di ciò che ho nella testa in quel momento. E se la vita va avanti e il pensiero cambia di conseguenza, va bene così.
Buon anno! Siamo tutti pronti ad essere produttivi, no?
Ho sempre avuto un rapporto complesso con la “produttività”.
Sia chiaro: parlo della mia esperienza personale, ma penso che alcune delle considerazioni siano condivisibili da una moltitudine di persone, sopratutto miei coetanei.
Ma andiamo con calma.
Produttività: che bella, raggiante, parola. O forse no?
Siamo onesti: prima per ragioni legate al continuo confronto con gli altri, e poi nel tempo più per discorsi legati alla privacy1, anni fa decisi di prendermi delle pause dall’utilizzo dei social.
Seppur il distacco sia stato graduale, ad oggi sono quasi 2 anni in cui non uso attivamente i miei account. Sì, qualche volta mi è capitato di loggarmi dal web, ma davvero per poco tempo.
Verso la fine dell’università, spinto dalla sua crescita, ho scaricato Linkedin per “pubblicizzarmi”.
Questo ha effettivamente funzionato: è così che ho trovato il mio primo lavoro, e non rinnego l’averlo fatto.
Negli ultimi anni però, sembra che Linkedin abbia ereditato la peggiore caratteristica dei social network: postarsi per rendersi grandi, mettersi in mostra, dire agli altri che “io ce l’ho fatta!” o “ce la sto facendo!”.
Uhm, si tratta forse di ostentazione di “produttività”? Aver conseguito un certificato lavorativo, essere stato promosso a lavoro, aver completato un progetto.
Certo, nulla di intrinsecamente sbagliato nel condividere i propri successi:
Ma siamo sicuri di starlo facendo per noi?
E non parlo certo con tono accusatorio, no. Sono il primo a cascare in questa silente, invisibile ma insidiosa trappola.
Da qui un banale, forse scontato, quesito: ostentare la produttività ci fa davvero sentire meglio? E soprattutto:
Siamo sicuri che l'unica definizione applicabile di produttività sia legata al successo lavorativo?
E’ statisticamente improbabile che sia per tutti così (e menomale, direi), ma credo che la mia generazione sia spinta ad assumere questo modo di pensare dall’attuale situazione in cui viviamo.
Siamo sicuri che ognuno di noi debba necessariamente adottare questa definizione di produttività, unica e universalmente condivisa?
Da qui il titolo del post, e lo statement sul mio rapporto con la produttività.
Essere ambiziosi, ma avere il coraggio di cambiare prospettiva
Non è tutto oro ciò che luccica…
Prima la scuola e l’università, e adesso il lavoro, hanno sempre occupato una parte sostanziale, importante della mia vita.
E sono convinto che non ci sia nulla di sbagliato in questo, se adeguatamente bilanciata e affiancata al resto dei “piccoli mondi”2 che fanno parte della nostra quotidianità.
C’è un problema però: non è che sia sempre stato bravo a bilanciare le cose. Per contestualizzare, riporto un piccolo esempio:
Quando ho capito che non sarei riuscito a laurearmi in tempo per Settembre, esattamente a 3 anni dall’inizio della triennale, dovendo quindi posticipare alla prossima sessione utile, sono scoppiato a piangere sentendomi un fallito, pur sapendo che sarei comunque stato in corso. Solo dopo la laurea, quando ho iniziato a lavorare, ho capito l’inutilità di quella reazione.
Ma purtroppo, tra il trend crescente di “produttività” di cui ho discusso e le mie “smanie di eccellenza”, trovo ancora difficile bilanciare le cose a lavoro. Mi impegno, lavoro anche più ore se necessario, ma spesso finisco con il sentirmi più affranto che soddisfatto, tralasciando molti “piccoli mondi” della mia vita.
…ma sticazzi?
Ed ecco perché sono qui a parlarne.
Negli ultimi mesi, ed in particolare in queste vacanze, sto cercando di prendere coscienza di ciò e ridefinire cosa significa per me essere produttivo.
Probabilmente, per come sono fatto, la frustrazione che sento alla fine del lavoro non è dovuta necessariamente al non riuscire a bilanciare le cose, ma al doverle bilanciare in un certo modo. Mi spiego meglio.
E’ vero che flagellarsi per non essersi riusciti a laureare esattamente in 3 anni non è una cosa salutare, così come il dover lavorare di più per minimizzare i tempi di implementazione di qualcosa: la vita non finisce.
E qui arriva il punto che va controcorrente al pensiero comune, ma forse non nei termini previsti.
Probabilmente, nel mio caso, l’indole di voler performare al massimo e riuscire a fare tutto nei tempi non è qualcosa di dettato implicitamente dall’esterno, ma dall’interno.
Certo, non dico che la filosofia sulla produttività di cui ho parlato prima non abbia in nessun modo inciso su di me, soprattutto in alcuni periodi della mia vita, ma credo che il punto sia un altro: io amo quello che faccio a lavoro, amo impiegare il mio tempo libero nel documentarmi su produttivamente inutili modi di implementare in C qualcosa, e amavo studiare le materie universitarie3.
Il mio problema forse non sta nel non riuscire a bilanciare, ma nel doverlo fare in un modo specifico, con proporzioni specifiche.
Che conclusione banale, vero? Non ne sono così sicuro.
Il problema è la polarizzazione:
- C’è chi dice di dover lavorare e spingere sempre al massimo perché è così che si fa carriera;
- Chi propone di cambiare sempre lavoro per crescere;
- Chi segue pedissequamente la regola del “entro a lavoro, faccio il mio, esco ed elimino tutto. I miei colleghi non possono diventare amici, devono rimanere colleghi. La mia vita privata DEVE essere separata dal lavoro ed il suo ambiente”.
Devo per forza scegliere il bianco o il nero? Devo per forza scegliere qualcosa che funziona per qualcuno, adattandola per me? No.
Ci ho messo gli ultimi 3 anni per capirlo, e sto ancora lavorando per accettarlo.
Io non sono bianco o nero, nessuno può esserlo, quantomeno per sempre. Siamo persone, con sfumature, personalità e contesti di vita diversi.
Ognuno ha il diritto e il dovere di scegliere liberamente di come impiegare il proprio tempo per sentirsi in pace con sé stesso, senza giudicare le scelte altrui ma rispettandole, e senza conformarsi necessariamente a ciò che le persone con cui abbiamo contatti (on-line, on-life) scelgono di adottare per loro. Ecco cosa è per me la produttività in questo momento della mia vita: scegliere consapevolmente cosa fare per sentirmi felice, a prescindere da ciò che gli altri pensano sia meglio per loro e, soprattutto, per me.
Bene che tu esci ogni sera, io preferisco passeggiare di giorno e stare da solo o con la mia compagna la sera4. Bene che ti piacciono le moto, io preferisco i video di psicologia e i video di chi usa un Thinkpad pure per farsi il caffè. Bene che ti piaccia bere. Io amo l’essere astemio, e non voglio essere legato alla perdita di controllo per divertirmi. Bene che tu non fumi, ma lasciami fumare (senza disturbarti) se voglio.
Voglio essere libero nel scegliere cosa mi rende felice, e nel cambiarlo quando ne sento il bisogno. Sono io che devo scegliere, nel rispetto di tutti, come bilanciare le cose per me stesso.
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Ma questa è un’altra storia, probabile futura protagonista di un altro post c: ↩︎
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L’immagine di una vita composta da “piccoli mondi”, legati ma ognuno con la propria indipendenza, mi è rimasta impressa dopo essermi stata illustrata dalla mia più cara amica quando eravamo al liceo. ↩︎
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La maggior parte, almeno c: ↩︎
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Non sempre eh, ma la scelta non deve mica essere condizionata da un “devo”! ↩︎